Birds
gennaio 17th, 2012 § 1 commento
Oggi corro con decisione in direzione del Verano. Faccio il giro più lungo che mi viene in mente in modo da arrivare al cimitero che sento già meno freddo. Lì c’è ombra, penso, e tutta quella pietra e quelle statue mettono freddo addosso anche solo a guardarle, al mio arrivo sarà meglio essere già calda. Sto correndo lungo lo spartitraffico di Via della Lega Lombarda, ignorando le macchine che mi sfrecciano di fianco, quando vedo davanti a me, sullo spaccato di cielo roseo che si apre sulla strada che porta alla Tiburtina, il più gigantesco stormo d’uccelli che abbia mai visto in tutta la mia vita. È così fitto da sembrare una nuvola densa, nera, velocissima. La coda è fatta da uccelli che volano più lentamente, che giocano tra loro creando un nastro che si avvolge lievemente su se stesso per poi ridistendersi piano, danzando. Potrebbe essere un perfetto presagio di morte se non fosse così bello, quasi struggente. È uno spettacolo che dura 5, forse addirittura 10 minuti, e io sembro l’unica sull’intera faccia della terra ad essersene accorta. Quando riprendo a correre sento che il freddo mi ha intorpidito le dita delle mani, che sono diventate poco sensibili e pungenti. Arrivo alle porte del Verano con il tramonto. C’è questa luce calda, arancione, che taglia obliquamente le cime scure dei cipressi, l’atmosfera è quella di un dipinto romantico. Entro e il rumore del traffico svanisce dietro di me, le spesse mura del cimitero mi inghiottiscono in un mondo di assoluto silenzio e tiepida mestizia. Non incontro nessuno. Non un’anima in pena, nessun volto, nemmeno il sussurro di una preghiera. Ricomincio a correre tra i viali alberati e le tombe di sconosciuti. Mi coglie un pensiero improvviso e fuori luogo. Bruciare tutto mi piacerebbe un sacco. Dare fuoco alla casa che abito. E, nella momentanea assenza di mobili, invitarti a dormire su un letto di vestiti. Bere tè di pioggia su prati freschi e strade assolate, sotto antenne pericolose o rami tranquilli, tra binari abbandonati e cieli tersi rossi bianchi di nebbia riempiti di stelle… le porte mi hanno sempre messo a disagio, per non parlare dei muri e dei pavimenti. Sopporto a malapena le finestre, se stanno aperte. E i tetti, se ci si può salire a vivere. Sopporto a malapena di avere un corpo. E di abitarlo da sola. Vorrei guardare come mi scorre il mondo sotto i piedi, sentire come la vita mi attraversa questo corpo senza che io faccia niente per convincerla. Mangiare, bere, scopare come se fosse automatico e spontaneo. Come respirare. Intrecciare le gambe, ascoltarsi le pance a vicenda e aspettare che niente succeda. Ma ci pensi che bello? Che bello, davvero? E invece no. Torneremo presto degli estranei, io e te. Abbiamo già iniziato. Non ricorderemo niente… e poi, che ne so, magari la prossima volta incontrarsi sarà meraviglioso.
La fatica mi ferma su un lieve rialzo erboso, davanti a me vedo l’imbrunire sui colli e la distesa nebbiosa di conifere. Sbotto in un pianto livido, dalla gola mi lascio sfuggire un urlo rotto a denti serrati. Di fianco a me stanno passando due uomini, uno ha delle cesoie in mano. Mi guardano, giusto il tempo di terrorizzarmi, ma non si fermano. Non avrei potuto scegliere posto migliore per essere lasciata in pace a disperarmi.
L’idea di bruciare tutto è geniale…
il dolore che traspare conferma la sensazione…