L’educazione sentimentale

dicembre 20th, 2011 § 6 commenti

Scuola distava da casa circa 7 minuti e mezzo. Tempo cronometrato al millesimo dall’ansia scalpitante di mia madre. Il mio primo ricordo di indipendenza personale risale al settembre del 2001, quando un saggio plebiscito familiare aveva stabilito che avrei potuto, all’uscita di scuola, rientrare a casa a piedi da sola, ma senza mai fermarmi e sempre che non piovesse. La gioia che provai nel conquistare quella manciata di minuti di libertà mi investì con forza, ma non potevo fare a meno di domandarmi se i miei genitori non fossero ammattiti. Ero l’unica bambina del paese costretta in casa al pomeriggio, che possedeva una bicicletta solo per farci il giro dell’isolato e che non aveva amici anche perché non poteva uscirci assieme dopo scuola, appunto. Le porte del mio universo sociale si stavano finalmente schiudendo davanti i miei piccoli occhi miopi.
Avevo due amici, il mio compagno di banco chierichetto amante di tutto ciò che concerneva l’universo femminile, dai trucchi alle bambole, e una bambina che ci sedeva sempre poco a fianco che non poteva fare a meno di accarezzare con adorazione il mio caschetto di capelli lisci come spaghetti. Un bel trio. Ora che ricordo, forse, facemmo anche una sorta di patto di amicizia. Ci strofinammo delle ferite l’un l’altro o molto più probabilmente lei mi chiese una ciocca di capelli e ci scambiammo tutti quelle. Non ricordo. So solo che qualcosa di quell’amicizia così acerba mi è rimasta dentro, una sensazione vaga ma persistente. Insomma, ci volevamo bene. Ma i bambini, si sa… sono spietati, anche nei sentimenti. Tanto che un giorno, quando ormai mi concedevo delle piccole pause lungo il tragitto verso casa, che fosse per dare un’occhiata alla vetrina della cartoleria o per raccogliere qualche cosa che sistematicamente lasciavo rotolar giù dalla discesa che portava alla chiesa, ebbe inizio un gioco sadico al quale stavo partecipando senza neanche rendermene conto. Un giorno, dicevo, tardai di qualche minuto in più sull’abituale tabella di marcia e mia madre, non resistendo all’idea che potesse essermi accaduto qualcosa di innominabile, uscì per venirmi incontro. Chiavi alle mani, pantofole e grembiule a quadretti. La cosa mi urtava e non poco, perché mi rubava almeno 2 se non addirittura 3 minuti della libertà che mi stavo costruendo da mesi a tempo di brevi e argutissimi ritardi. Non avevo mai valutato che agli occhi di un bambino di paese, portato a considerare tutto ciò che avviene in casa una questione assolutamente personale mai e poi mai da rendersi pubblica, mia madre in quel suo abbigliamento da normale massaia potesse risultare non solo divertente ma anche fortemente ridicola, quasi imbarazzante. Le sue prime apparizioni in pantofole, infatti, avevano creato del chiaro disagio nei miei amici che erano rimasti ritti in silenzio in mezzo alla strada. Pensai forse intimoriti dall’apparizione di un adulto nel bel mezzo delle nostre bricconate, finché non iniziai a cogliere sopra alla mia testa, già all’epoca tra le più basse della media, degli sguardi complici tra loro, delle risatine e in particolare la mia amica che scandisce con la bocca la parola “grembiule” in direzione del mio compagno di banco. L’idea di chiedere a mia madre di presentarsi in abbigliamento diverso non mi sfiorò la mente neanche per un secondo. In quei giorni cominciai a scoprire in me qualcosa che solo adesso riconosco come una sorta di istinto educativo. Adirarmi non avrebbe risolto nulla, avrebbe anzi incentivato il loro divertimento. Passò il tempo e io continuai ad attardarmi sempre di più, così da costringere mia madre a venirmi incontro ogni giorno, inevitabilmente.

In primavera in paese si sparse la voce che la madre del mio compagno di banco aveva un tumore al collo dell’utero. Il marito, per evitare le domande il più possibile, mandava le figlie adolescenti a far la spesa. Le maestre chiedevano al mio amico come stesse la mamma, ma lui non rispondeva. La malattia era stata presa come una terribile maledizione di cui non bisognava raccontar nulla, il cui solo pensiero faceva sorgere sul viso di lui una smorfia di fastidio e… disgusto.
La scuola stava per concludersi e la mise di mia madre indubbiamente non andava migliorando. Tirò fuori dall’armadio la sua collezione di bermuda colorati da giardinaggio e gli zoccoli di legno. Era forse proprio l’ultimo giorno di scuola quando feci finta di accorgermi per la prima volta degli sfottò alle mie spalle. Rimasi ferma ad osservare i miei compagni divenuti paonazzi, un po’ per imbarazzo un po’ perché non sapevano come trattenere le risate. Mi volsi verso Antonio, di cui ero segretamente innamorata, e diedi inizio a quella che si sarebbe rivelata una lunga tradizione; stavo per ferirmi per insegnare ad altri come si diventa buoni. Gli dissi che mia madre usciva in zoccoli e grembiule, ma che la sua non la si vedeva più nemmeno in chiesa. Ricordo i suoi occhi spalancarsi e colmarsi di pianto. Insistetti: “O mi sbaglio?”. Lui, con il labbro tremulo, balbettò di risposta: “La mia mamma… ha un brutto male”. Le operazioni di sua madre, il doverla guardare mentre si sforzava per andare di corpo, le sue crisi di vomito continue, la copiosa perdita di capelli gli erano stati presentati come una faccenda talmente lurida e vergognosa che nemmeno gli era stato insegnato a chiamarlo cancro. Diceva brutto male.
Ci fu un attimo di silenzio, feci un cenno a mia madre che mi stava salutando da lontano. Subito dopo mi sgorgarono dalla bocca  parole così spontanee e veloci che nemmeno io ebbi il tempo di capirne a fondo il significato: “Fare gli stronzi non serve a nessuno”.

§ 6 Risposte a L’educazione sentimentale"

  • reallynothing scrive:

    Bello pure questo.

  • dovenonso scrive:

    Il problema è che pur non servendo a nessuno alla fin fine di stronzi è pieno il mondo ^^

  • Mean Cactus scrive:

    Mi lasci un po’ stranito, non capisco in che senso. Non so quanto ci sia di biografico in questo intervento, ma qualcosa mi ha mosso. Chissà se per sentire cose del genere dette da una ragazzina di 11 anni, o per l’argomento, comunque mi ha fatto pensare. Quindi, ben fatto perchè credo fosse questo l’intento, no? non mi sembri il tipo che vuol mandato un “abbraccio ideale” o cose del genere…

    • lamangrovia scrive:

      Ha più valore, se è autobiografico? Io dico di no. Quindi perché ti interroghi sempre sull’argomento?

      Ad ogni modo sono felicissima di averti colpito. Grazie.
      Un abbraccio ideale a te

      • Mean Cactus scrive:

        In effetti non mi ero mai interrogato su tale argomento…proprio il non saperlo lo rende più interessante. Altrimenti te lo avrei chiesto. O almeno credo. È un mondo strano.

  • tutte le mie me scrive:

    di autobiografico c’è il mio commento. e la vita di quella donna, se è ancora viva.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

What’s this?

You are currently reading L’educazione sentimentale at Un Giardino di Mangrovie 2.0.

meta

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 49 other followers