Bianco ottico #2

dicembre 1st, 2011 § 4 commenti

Quattro anni fa ho seguito un corso di disegno industriale per la moda.
Ti insegnano a cucire bottoni, a fare l’orlo ai pantaloni, a distinguere rocchetti di filo di qualità differenti, ad estrarre il cartamodello tra le mille linee colorate dei paginoni di Rakam. Ma soprattutto ti insegnano a scegliere sempre la soluzione più facilmente riproducibile con il minor margine di errore. Se è più facile riprodurre una cucitura a zigzag di una ribattuta, su un campione di almeno 800 maglioni, tu la scegli a zigzag. Con serenità, anche quando è più brutta.
Nelle notti insonni passavo il tempo staccando maniche usurate dai modelli di prova che mi fornivano alla scuola, le buttavo e ne attaccavo altre nuove. Se fai una cosa a mano una, due, dieci volte, hai una visione sempre più chiara di cosa sia più facile e cosa più difficile da duplicare. E non hai più alcun dubbio su cosa riusciresti a fare meglio per 800 volte e su cosa potrebbe fare una macchina al posto tuo.
Per esempio, controllati la cucitura interna della manica. Com’è? Rialzata o quasi invisibile? Aperta nel mezzo o ben chiusa? Termina con un piccolo nodo? Il bordo della manica è ripiegato all’interno? E di quanti cm? Mi basterebbe stringerti la mano per sapere se il tuo giubetto Armani è falso oppure no. Mi serve uno sguardo soltanto per capire se il pappone che sabato sera mi sta rimorchiando in centro è impegnato a convincere anche l’aria intorno che si può permettere le boutique.
Da quattro anni io so perfettamente cosa fa dei miei maglioni dei maglioni industriali. E all’improvviso mi sento libera.

Adesso ho ripreso a correre. Non stabilisco un percorso. Corro nella direzione che di volta in volta mi colpisce più delle altre. Finisco in luoghi sempre meno familiari, vicini ma distanti. E mentre corro, corro e basta. Non è come chi scappa, chi fugge. Chi scappa e chi fugge lo fa per paura, rabbia, disperazione. Io, invece, corro esclusivamente per correre. E più aria mi arriva nel fondo dei polmoni, più la carne delle cosce mi si scuote, più le piante dei piedi battono il suolo, più mi risulta assolutamente chiaro che io esisto solo per esistere.
Il crepuscolo ammorbidisce gli orizzonti di antenne e ruggini, le foglie cadute ridipingono i marciapiedi che adesso quando non corro mi sembra di seguire strisciando. Tutto è limpido e ovvio.

Ho una visione sempre più chiara, sempre più chiara. Così chiara che è quasi bianca.
E poi ci sono io, che affogo in tutto questo bianco.

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